Diario gay: San Francisco, la città dei sogni
Non capita a tutti di mettere piede a San Francisco. La conosci attraverso le serie televisive americane, senza pensare che quella bellissima città esiste davvero, in qualche parte dell’America: precisamente, ad Ovest, l’estremo Ovest del continente. Non è un dettaglio insignificante: prima di poter vedere (e toccare) quei gran maschi degli americani, ho dovuto fare circa diciassette ore di viaggio, con scalo a New York; con un piede congelato, sottolineo. Vi starete chiedendo il perché: ebbene, l’intelligentone del mio amico non perde mai l’occasione di confermare la sua indiscussa imbranataggine. Durante il volo, infatti, versò dell’acqua ghiacciata non nel bicchiere, ma sul mio pied(on)e indifeso. Per fortuna, la madre mi consigliò di portare con me un paio di ciabatte, che misi all’istante: nel caso contrario, sarei morto assiderato (l’aria condizionata era qualcosa di pazzesco).
Sembrava che il tempo si fosse fermato: quelle otto, nove ore non passavano più. Il biondino dagli occhi celesti era stato chiamato nel mondo dei sogni; io, invece, non riuscivo a dormire, anche se nel giro di pochissimo tempo dovetti adattarmi. Tutti dormivano: chi con la bocca aperta; chi con una mano sulla fronte; chi con la testa appoggiata sulla spalla del compagno che, nel frattempo, dormiva sulla spalla dell’altro compagno ancora; dormii anche io: un’ora sola. E tutte le altre? In qualche modo passarono, non so come ma passarono: forse per via di quel transessuale vestito da hostess.
Arriviamo in aeroporto, prendiamo le valigie, facciamo una corsa pazzesca per non perdere la coincidenza. Io, ovviamente, dovevo pur distinguermi in qualche modo: mi fermò la polizia per dei controlli. Il motivo? Il mio bel faccino da gay non corrispondeva alla faccia da musulmano presente nel mio passaporto. Una scarica di parolacce in dialetto foggiano tenne compagnia al mio accompagnatore, che, nel frattempo, cercava di far capire al responsabile che ero semplicemente un turista, t-u-r-i-s-t-a. Purtroppo, in quel d’America non si sfugge: quelle macchine robot che chiamiamo poliziotti ne sanno una più del diavolo.
Prendo l’aereo, arriviamo a San Francisco e facciamo la conoscenza dei nostri nuovi mummy and daddy: qualcosa da rifare a tutti i costi. I nostri (io e il mio amico siamo inseparabili) erano Elenita e Rogerlio, entrambi filippini: letteralmente due mostri di bellezza; per fortuna, non avevano niente a che vedere col resto dei genitori: erano cordiali, permissivi, intelligenti e, soprattutto, ricchi. Lei, tra l’altro, riusciva a cucinare anche qualcosa di decente: pasta, tonno e ketchup (non conoscono i pomodori, anche se sin dalle elementari apprendiamo che esistono dei tomatoes); pollo rigorosamente freddo con patatine; tanto altro ancora.
Siamo stati lì per due settimane. Peccato che non avevamo ancora scoperto la nostra omosessualità: avremmo fatto scintille! A dirla tutta, il mio amico mi fece venire parecchi sospetti. Per ben due volte, infatti, spinti chissà da cosa, riuscimmo a metter piede (di nascosto) nel quartiere gay di San Francisco, Castro, dove persino i gelati avevano la forma dei nostri preziosi gioielli di famiglia; dove tutti i maschietti potevano camminare liberamente mano nella mano (non che fuori dal quel quartiere accadesse il contrario, anzi), senza preoccuparsi di chi, come e quando li avrebbe aggrediti. Ne ebbi parecchi alle calcagne, io non li volevo: ero etero, o meglio, credevo di esserlo. Niente notti hot, insomma; niente locali gay, niente di niente.
Il mio amico, come vi dicevo, mi insospettì parecchio: non perse occasione per dare una sbirciata (e che sbirciata!) ai film porno gay di tutti i negozi di cui era tappezzata la città. C’era di tutto e per tutti: dalle cose più fetish a quelle più ordinarie. Io non vidi nulla, o meglio, il mio istinto mi portò a dare un’occhiatina a un moro non molto peloso, muscoloso quanto basta. Quegli occhi chiari mi rapirono. Chi avrebbe mai pensato che un anno dopo avrei rimpianto di non aver messo piede a San Francisco da omosessuale!
Avrei tanto ancora da raccontarvi, ma il tempo me lo impedisce. San Francisco è una città fantastica, la città dei sogni: ci metti piede una sola volta e capisci che fa proprio al caso tuo. A differenza di quanto possiate pensare, è fatta a misura d’uomo. Spero di tornarci presto: col mio bel maschietto, sia chiaro.
Alla prossima, cari lettori!
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Mer 28/07/2010 da MIK in San Francisco Gay, Vacanze Gay








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