Per gli omosessuali sono meno le possibilità di trovare lavoro

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I gay discriminati sul posto di lavoro

Realtà allarmante, ma non sorprendente, per gli omosessuali: un recente rapporto della Fondazione Rodolfo Benedetti ha dimostrato che non tanto le lesbiche quanto i gay, soprattutto se altamente qualificati, sarebbero discriminati nel difficile iter che porta alle assunzioni. Diretta da Tito Boeri, la fondazione non ha voluto agire attraverso la somministrazione di sondaggi, ma inviando alle aziende oltre duemila curricula fittizi, che, realizzati in modo piuttosto particolare, hanno permesso di confermare quanto emerso pochi giorni fa grazie ad alcune indagini ISTAT: ‘Omosessuali e bisessuali dichiarano di aver subito discriminazioni a scuola e all’università, così come al lavoro, più degli eterosessuali. Il 40,3% dichiara di essere stato discriminato contro il 27,9% degli eterosessuali. Si arriva al 53,7% aggiungendo le discriminazioni subite nella ricerca di una casa, nei rapporti con i vicini, nell’accesso a servizi sanitari oppure in locali, uffici pubblici o mezzi di trasporto‘. Ma entriamo nel dettaglio.

Autori dello studio Dimensioni inesplorate della discriminazione in Europa: religione, omosessualità e aspetto fisico, indagine che sarà relazionata il prossimo 9 giugno a Trani, Eleonora Patacchini, Giuseppe Ragusa e Yves Zenou hanno inviato tra gennaio e febbario ben 2.320 curricula fittizi a centinaia di aziende che offrivano lavoro a Milano e Roma, attraverso i noti siti Monster e Job Rapido. I profili professionali presentati sono stati sette: impiegato amministrativo, impiegato contabile, operatore di call center, receptionist, addetto alle vendite, segretario e commesso.

Ecco come hanno proceduto gli autori dell’indagine:

A differenza del sesso di una persona – spiegano – le preferenze sessuali [sorvolare su questa grave inesattezza pare obbligatorio ormai ndr] non sono una caratteristica di facile e diretta osservazione. Così, per distinguere i candidati con una presunta identità omosessuale, in alcuni dei curricula è stato inserito uno stage lavorativo presso note associazioni di difesa e patrocinio dei diritti delle persone omosessuali (quali, ad esempio, ArciGay, ArciLesbica, etc.). Al resto dei candidati è stato invece associato uno stage presso un’associazione culturale generica o in azienda‘.

Ebbene, proprio coloro che sono stati coinvolti in queste note associazioni sono stati scartati se non a priori, quasi:

Se confrontati con i maschi eterosessuali – proseguono gli autori dell’indagine -, gli uomini omosessuali hanno il 30% in meno di probabilità di essere richiamati per un colloquio. Le donne eterosessuali e omosessuali, invece, non mostrano significative differenze nei tassi di richiamata. L’effetto penalizzante individuato per gli uomini è mitigato dal fatto di avere curricula migliori (più qualificati)? Niente affatto. È anzi vero il contrario: l’effetto negativo di un’identità omosessuale è addirittura più forte nel caso di persone con profili professionali più qualificati‘.

Quello che pare essere un problema, purtroppo, è comunque superabile: nessuno obbliga, per fortuna, e fatta eccezione per alcuni contesti lavorativi, a dichiarare il proprio orientamento.

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Mar 29/05/2012 da MIK

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Giulia 29 maggio 2012 15:27

L’articolo fa riferimento ad una ricerca inedita della Fondazione Debenedetti che verrà presentata a Trani il 9 giugno. Ecco il link all’iniziativa (dove potete trovare tutte le informazioni):
http://www.frdb.org/language/ita/topic/convegni/scheda/conferenza-unexplored-dimensions-of-discrimination

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