Gallipoli, arrivo. Dopo aver lasciato i miei ultimi due chiletti in palestra, dopo aver comprato quel costumino bianco (non trasparente) che mi piaceva tanto, dopo aver costretto la mia dolce metà a venire, dovrebbe essere tutto pronto. Almeno spero. Questi momenti sono quelli che odio di più: organizzi tutto nei minimi particolari, ma proprio tutto, riesci persino a decidere quali saranno i colori del tuo abbigliamento, per poi ricordarti che hai dimenticato qualcosa. Sì, ma cosa? Mistero della fede. Anzi, dell’estate (gay). Scherzi a parte, non dovrebbero sorgere problemi: i centosettantaquattro pinocchietti ci sono, le centosettanta magliette anche; lo stesso vale per le duecento mutande rigorosamente abbinate ai colori dei calzini. Tutto è ok.
Non capita a tutti di mettere piede a San Francisco. La conosci attraverso le serie televisive americane, senza pensare che quella bellissima città esiste davvero, in qualche parte dell’America: precisamente, ad Ovest, l’estremo Ovest del continente. Non è un dettaglio insignificante: prima di poter vedere (e toccare) quei gran maschi degli americani, ho dovuto fare circa diciassette ore di viaggio, con scalo a New York; con un piede congelato, sottolineo. Vi starete chiedendo il perché: ebbene, l’intelligentone del mio amico non perde mai l’occasione di confermare la sua indiscussa imbranataggine. Durante il volo, infatti, versò dell’acqua ghiacciata non nel bicchiere, ma sul mio pied(on)e indifeso. Per fortuna, la madre mi consigliò di portare con me un paio di ciabatte, che misi all’istante: nel caso contrario, sarei morto assiderato (l’aria condizionata era qualcosa di pazzesco).
E “facciamocelo” quest’altro! Se avessi saputo che, prima o poi, sarei stato capace di trovare un altro partner, non sarei stato per più di un anno a pensare, ripensare, e non solo, alla mia vecchia storia. Una storia gay, s’intende: non amo particolarmente quelli o quelle (ma soprattutto quelli) che, per nascondere la loro palese omosessualità, cercano riparo tra le braccia (altri posti per loro sono motivo di fuga, altro che storie!) di qualche altro essere umano di sesso (rigorosamente) oppposto. Questione etero curiosi a parte (non posso fare a meno di affrontarla in ogni pagina di questo neonato diario), cerco di scrivere qualcosa di più interessante, anche se questo sole continua a battere troppo forte (sarà stato influenzato da qualcuno?).
“Tesoro, ma Etero non era foggiano?” –con cotanta (rara) gentilezza ha esordito mia madre: è stata una delle volte in cui si dimentica di avere a che fare con suo figlio e non con un estraneo, non immaginando per niente al mondo che, con una domanda così innocua, avrebbe scatenato un putiferio di quelli che neanche la migliore discoteca gay è in grado di scatenare. “Certo che è foggiano, perché?” –ho risposto. Da che mondo e mondo, la curiosità è donna. Detto questo, e solo in relazione a questo, sono un femminone di quelli mai visti. “L’ho visto poco fa passeggiare per il corso, non mi ha neanche salutato“. Ascoltavo Non Sono Una Signora della mitica Loredana Bertè, quando, a un tratto, abbasso il volume delle cuffie e: “Cosa?”
Discoteche gay. Da grande pettegola quale sono, potevo mai non condividere con voi, lettori appassionati di GayWave, questa strana esperienza? Tutto inizia il giorno tal dei tali, quando un mio amico mi chiama e mi invita alla serata gay di Gioia del Colle. Per chi non lo sapesse, si tratta di una località in provincia di Bari. A dirla tutta, non ero mai stato in una discoteca gaia, perciò, provate solo a immaginare la mia euforia e tutti i flash che mi son fatto a proposito del locale, della musica e, soprattutto, dei cubisti che avrei visto: euforico, come se stessi perdendo la mia cara, e fastidiosa, verginità. Ebbene, di cubisti non c’era neanche l’ombra. Su questo, ovviamente, posso sorvolare.
L’ultima pagina del Diario Gay faceva riferimento alle foto hot di Marco Carta, quelle pubblicate da Gay.tv tanto per intenderci. E’ arrivato il momento, però, di voltare pagina: chi di voi non ha mai conosciuto quelli che si definiscono etero curiosi? Quasi tutti sicuramente avrete avuto modo di venire a contatto con questa ennesima etichetta che contraddistingue, purtroppo, sempre più internauti e non solo. Sono quelli che qualsiasi omo/bisessuale a posto con sé stesso definirebbe “finocchi repressi”.
Facebook è diventato una parte comune delle nostre vite ed è facile prenderlo come una garanzia.
Buon sabato pomeriggio a tutti i lettori di questo blog. Oggi voglio proporvi un quesito che ha a che fare con la quotidianità di un omosessuale dichiarato, a poche persone come a tutte quelle che incontra: è possibile per un gay avere un rapporto di profonda amicizia con un maschio eterosessuale? Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, ma prima voglio presentarvi la mia esperienza.
Da venerdì 2 ottobre a domenica 4 ottobre si svolgerà il dodicesimo incontro della giornata gay a Disneyland, nel parco di Anaheim, nella periferia di Los Angeles.
Grandi eventi per celebrare il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Anche la comunità gay partecipa ai preparativi, che grazie alla rappresentanza di un sindaco gay è riuscita a far valere i propri diritti.
E’ tempo di riscrivere il tanto amato – almeno spero – diario gay, affrontando un tema che continua ad assillare, molti: “Chi ha detto che essere omosessuali significa essere brutti?“. La domanda ci sorge spontanea, dopo i tanti commenti ricevuti, in occasione della pubblicazione delle foto del nostro beniamino Marco Carta.
La manifestazione per il gay-pride in Russia coinciderà con il festival in Eurovisione della canzone popolare il prossimo maggio.
Caro diario,
con questo quinto capitolo chiudo il racconto su Marco.